MANUALE TECNICO DI URBANISTICA

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Firmitas, Utilitas, Venustas
Mi è apparso da subito piuttosto difficile il compito affidatomi qualche giorno fa da Francesco Rubeo, e con lui da mia figlia Paola, di scrivere una prefazione a questo loro libro. È da tempo che, ormai, assistiamo al moltiplicarsi delle regole introdotte per governare la città e nel contempo al graduale deterioramento della qualità della vita urbana con conseguente crescita di incertezza terminologica e di una diffusa sfiducia sociale. I “manuali” presuppongono una stabilità di riferimenti che l’attuale dinamica dei fenomeni insediativi non sembra più garantire attraverso l’urbanistica e tanto meno attraverso le convenzioni sociali delle discipline che l’hanno supportata. 
Ripensando a questi valori ho accettato di buon grado il compito che mi era stato affidato. Nel testo c’è un ordinato sviluppo di tesi tendenti a garantire comunque i valori della creatività e del progetto urbano cui ho fatto prima riferimento senza cadere in quella sorta di agnosticismo e confusione di linguaggi che spesso inducono le norme. È un merito del volume che va sottolineato anche per il suo valore didattico. Non si possono tradire le origini delle proprie passioni culturali sia pur criticandole, spesso aspramente, e vivendo l’amarezza di giorni non sempre felici. Per queste ragioni mi limito a proporre, quasi come citazioni, nella mia prefazione, alcune sollecitazioni che hanno pesato sulla non breve esperienza di urbanista maturata sul campo e nell’Università. Anche se spesso contraddette dalle contingenze mi hanno aiutato e non poco. Vogliono essere complementari a quanto il testo racconta con vivacità e attenzione; lasciano ovviamente al lettore il compito di interpretarle ed esprimere i giudizi di merito sulla loro validità ed efficacia. Ormai molti anni fa Max Weber fornì questa definizione di “città”: “l’agglomerato dove la popolazione residente soddisfa una parte importante del proprio fabbisogno sul mercato locale, e più precisamente mediante quei beni che vengono prodotti per la vendita sul mercato dai residenti e dalla popolazione circostante o in ogni caso da essi acquistati”. La ritengo ancora utile, oggi, soprattutto sotto il profilo metodologico, anche se le trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche più recenti sembrano avergli volto le spalle. È una definizione, nell’apparenza elementare e volutamente di tipo “economicistico”, attraverso cui però si costruisce un racconto del nascere e del divenire della città che, come detto, per molti versi è ancora insuperato. La ricchezza degli aspetti presi in considerazione nel considerare le dinamiche urbane consente di legare fra loro i fenomeni che hanno caratterizzato la forma e le caratteristiche degli insediamenti (la concatenazione degli spazi; il rapporto di questi con il costruito e le vie di accesso; la disposizione delle abitazioni, fino alla prossimità o meno delle costruzioni; l’inevitabile processo che determina la loro obsolescenza e induce alla trasformazione degli usi; il rapporto condizionante tra l’ambiente naturale più o meno prossimo e il lavoro degli uomini) spinge a pensare a visioni complesse della città che si susseguono nel tempo in relazione a poteri più o meno articolati e partecipati del suo governo. A questa definizione si potrebbero associare quelle che alla metà degli anni cinquanta ci proposero Emilio Sereni sul paesaggio agrario del nostro Paese e Reyner Banham sui paesaggi naturali dei deserti americani. Anche se ovviamente diverse fra loro contribuiscono ad aiutarci a dare il senso che la natura e, come si dice oggi, l’ambiente possono rappresentare nel farci costruire un tessuto unitario e integrato fra costruito e non negli “scenari” di riferimento del progetto.
Giuseppe Imbesi

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