LE SPESE DA SOSTENERE PER IL RISANAMENTO DEI FRONTALINI SONO "CONDOMINIALI", IN QUANTO CONTRIBUISCONO AL DECORO ARCHITETTONICO DEGLI EDIFICI E NE CARATTERIZZANO LE FACCIATE

La vexata questione oggetto di disamina è stata questa volta posta all’attenzione del Tribunale di Roma, che è stato chiamato a pronunciarsi sulla natura privata o condominiale delle spese di manutenzione straordinaria dei c.d. “frontalini” dei balconi dei condomini. La peculiarità del caso oggetto di disamina dal Tribunale capitolino nasce dall’iniziativa di alcuni condomini che hanno adito le vie giudiziarie ritenendo che il costo dei lavori – aventi ad oggetto il risanamento dei cornicioni e dei frontalini relativi agli appartamenti del Condominio – dovesse ricadere solo sui condòmini proprietari degli appartamenti muniti di balconi, poiché i frontalini, avrebbero dovuto essere considerati beni di proprietà esclusiva e non condominiale, come di contro deliberato dall’Assemblea condominiale all’adunanza del 20.4.17. Essi, in particolare evidenziavano come, nella stessa adunanza, l’Assemblea, al punto n. 3, aveva qualificato le spese da sostenere per il risanamento dei frontalini come "condominiali", ripartendo così l'intero costo tra tutti i condòmini in proporzione dei rispettivi millesimi. Ciò posto, deve essere preliminarmente rappresentato quanto premesso dal Tribunale romano nel proprio provvedimento, ovvero che, in primo luogo, “una delibera non può attribuire i frontalini alla proprietà condominiale, come pure non può attribuirli alla proprietà individuale dei titolari delle unità immobiliari cui i relativi balconi accedono; infatti, non compete all'assemblea di decidere l'estensione delle proprietà esclusive e di quelle comuni, la quale, invece, è determinata dai titoli di 2 acquisto, dal regolamento condominiale contrattuale e, in mancanza di specificazioni al riguardo, dalla legge (art. 1117 c.c.)”.

Data: 7 Aprile 2021
NON PUNIBILITÀ DEL PADRE CHE ABBIA VERSATO L’ASSEGNO DI MANTENIMENTO SOLO IN PARTE

Nella sentenza in esame, la Corte di Cassazione ha affermato il principio per cui è applicabile la causa di non punibilità della speciale tenuità del fatto nei riguardi del padre che abbia omesso di adempiere integralmente al versamento dell’assegno di mantenimento. Nel caso di specie, con sentenza n. 893/21, la Corte di Cassazione ha cassato con rinvio la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Palermo, assolvendo il padre parzialmente inadempiente, sul presupposto per il quale fosse necessario operare una valutazione complessiva della fattispecie in esame. Nello specifico, il principio emerso dalla pronuncia degli Ermellini è stato parametrato tenendo in considerazione i seguenti rilevanti elementi: la limitata durata dell'arco temporale in cui si è manifestato l'inadempimento; la prova positiva dell'avvenuto assolvimento all'obbligazione quanto meno per la frazione riferita al versamento dell'assegno di mantenimento; la prestazione in forma diretta del sostegno economico in favore dei minori nei periodi in cui (metà luglio, metà agosto e cinque giorni nel dicembre del 2014) si erano trasferiti presso l'abitazione dell'imputato, e il soddisfacimento in quei periodi di tutte le esigenze di minori, la cui incidenza sulla ripartizione delle spese straordinaria è rimasta di fatto non verificata. Invero, a parere della Suprema Corte, i Giudici di appello si sono limitati a rappresentare il carattere abituale della condotta contestata in maniera apodittica e senza alcuna reale motivazione. Alla luce di tutte quante le suesposte motivazioni, la S.C. ha annullato la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte territoriale. Difatti, la Corte di Cassazione ha ritenuto che non rientrasse tra le attribuzioni della medesima la rivalutazione degli indicati profili di fatto, ma che essa fosse comunque necessaria ai fini dell'apprezzamento dei presupposti di operatività della speciale causa di non punibilità. E ciò alla stregua della sentenza emessa dalla Cass. Pen., Sez. VI, n. 39337 del 23/06/2015, la quale sancisce che “l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all'art. 131-bis cod. pen., ha natura sostanziale ed è applicabile ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del D.Lgs. 16 marzo 2015, n. 28, ivi compresi quelli pendenti in sede di legittimità, tuttavia alla Suprema Corte è precluso l'apprezzamento dei presupposti per il riconoscimento della causa di non punibilità allorché si renda necessaria una valutazione complessiva di profili di fatto”. 2 Nella pronuncia in esame, gli Ermellini hanno osservato come il rimedio della revocazione – rilevante ai sensi dell’art. 395, n. 4, c.p.c. – è invocabile nel caso in cui la c.d. “svista percettiva” origini un errore di fatto. Va da sé che, poiché, nel caso di specie, le critiche alla sentenza della Cassazione n. 6986 del 2018 formulate dalla ricorrente hanno riguardato l'errata interpretazione delle proprie ragioni - e non una “svista percettiva” delle stesse immediatamente percepibile da parte da parte del giudice di legittimità, che sola può dar luogo all'errore di fatto che giustifica il ricorso al rimedio della revocazione, ai sensi dell'art. 395 c.p.c., n. 4 – lo stesso è stato dichiarato inammissibile.

Data: 26 Gennaio 2021
INTERESSE DEL MINORE: INCOERCIBILITÀ DEL DIRITTO-DOVERE DI VISITA DEL FIGLIO MINORE IN CAPO AL GENITORE NON COLLOCATARIO EX ART. 614-BIS C.P.C.

Nella pronuncia in commento la Corte di Cassazione ha affermato l’incoercibilità, anche nelle forme dell’esecuzione ex art. 614-bis c.p.c., del diritto-dovere di visita del figlio minore, come spettante al genitore non collocatario. Il punto nodale della motivazione della pronuncia è da individuare nell’assunto per cui il diritto-dovere di visita del genitore non collocatario si declina in due distinte accezioni cui consegue una diversa tutela sul piano giurisdizionale. Nel momento in cui si pone l’attenzione sul “diritto”, la tutela apprestata dall’ordinamento afferisce alle eventuali inadempienze poste in essere dall’altro genitore che viene garantita facendo ricorso agli strumenti di esecuzione indiretta o risarcitori come previsti dall’art. 709 ter c.p.c. Con riferimento, invece, al c.d. “dovere”, va osservato come l’adempimento è lasciato in via esclusiva all’autonoma e spontanea osservanza da parte dell’interessato. Ed è proprio con riferimento a questa specifica accezione che la Suprema Corte sofferma la propria attenzione, precisando come si tratti di un obbligo non solo infungibile, ma soprattutto non coercibile secondo gli strumenti apprestati dall’ordinamento con l’art. 614-bis c.p.c. La Corte precisa, di conseguenza, che in caso di inottemperanza al dovere di visita, il genitore non collocatario non può evidentemente neanche essere “costretto” a non reiterare la condotta omissiva con le misure contemplate ex art. 709-ter c.p.c.. Purtuttavia, si precisa come quand’anche tali condotte non siano coercibili, purtuttavia, le stesse produrrebbero comunque gravi conseguenze per il genitore che si renda inadempiente e ciò sia da un punto di vista civilistico in punto di affidamento, decadenza della responsabilità genitoriale o provvedimenti limitativi; sia sul piano penale, con riferimento ai delitti di violazione degli obblighi di assistenza familiare. Va osservato, poi, come la decisione della Suprema Corte si pone in linea con la costante giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo la quale è necessario operare una valutazione ispirata a “grande prudenza” prima di fare ricorso alla coercizione, soprattutto in una materia – quale quella afferente alle relazioni tra genitori e figli non collocatari – estremamente delicata e complessa (in tal senso Reigado Ramos/ Portogallo, n. 73229/01, par. 53, 22). 2 Da ultimo la Suprema Corte pone l’attenzione sulle differenze tra l’esecuzione indiretta ex art. 614-bis c.p.c. e quella di cui all’art. 709-ter c.p.c.. In particolare, si osserva come mentre i provvedimenti ex art. 709-ter c.p.c. sono adottati solo a seguito dell’inadempimento, al fine di sanzionarlo o di impedire che si possa ripetersi; quelli adottati ex art. 614 bis c.p.c. rappresentano una sorta di “prius” processuale, atteso che si concretizzano in una pronuncia accessoria rispetto ad una sentenza di condanna all’adempimento di obblighi diversi dal pagamento di somme di denaro (sul punto di estremo interesse Trib. Roma, 24.04.2019, n. 8771).

Data: 26 Gennaio 2021
DIVISIONE GIUDIZIALE EREDITÀ: NOTE BREVI

In dipendenza del decesso di una persona vi è una pluralità di soggetti che subentra al de cuius, venendosi in tal modo a creare tra loro una situazione di comunione “ereditaria” in cui ogni singolo erede è comproprietario del medesimo bene per una quota ideale. Un modo per sciogliere la comunione sui beni dell’eredità è la divisione giudiziale. Con la divisione giudiziale si scioglie la comunione ereditaria all’esito di un procedimento civile che può essere intrapreso, da uno o più condividenti, una volta accertata l’impossibilità di raggiungere un accordo sulla divisione o solo perché uno o più eredi decidono di scegliere questa strada. In primo luogo va osservato come la domanda giudiziale di divisione deve essere preceduta da un tentativo di mediazione civile obbligatoria; se tale tentativo non va a buon fine il procedimento continua davanti al Tribunale competente (che è il Tribunale del luogo dove si è aperta la successione, cioè quello del luogo dell’ultimo domicilio del defunto). Alla divisione giudiziale devono prendere parte tutti i coeredi.

Data: 2 Febbraio 2021
OBBLIGHI INFORMATIVI IN CAPO AL PROFESSIONISTA NELLE CONDIZIONI GENERALI DEL CONTRATTO DI VENDITA O DI SERVIZI RELATIVAMENTE ALL’ORGANISMO DI RISOLUZIONE ALTERNATIVA DELLE CONTROVERSIE

La Corte di Giustizia Europea nella sentenza in esame, in tema di risoluzione alternativa delle controversie dei consumatori, in deroga a quanto precedentemente stabilito dal regolamento (CE) n. 2006/2004 e dalla direttiva 2009/22/CE (Direttiva sull'ADR per i consumatori), ha delineato l’interpretazione che deve essere operata con riferimento all’articolo 13, paragrafi 1 e 2, della direttiva 2013/11/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2013. All’uopo, un professionista, che renda accessibile sul proprio sito web le condizioni generali dei contratti di vendita o di servizi, ma che non concluda contratti con i consumatori tramite tale sito, è obbligato ad includere in tali condizioni generali le informazioni relative all'organismo o agli organismi di risoluzione alternativa delle controversie competenti per tale professionista, nel momento in cui quest'ultimo si impegni a ricorrere a tale o tali organismi per risolvere controversie con i consumatori o sia tenuto a ricorrervi. Di contro, non è sufficiente che detto professionista presenti tali informazioni in altri documenti accessibili su detto sito o in altre sezioni dello stesso, oppure che fornisca al consumatore dette informazioni mediante un documento separato, al momento della conclusione del contratto cui si applicano le condizioni generali succitate.

Data: 2 Febbraio 2021
LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DI UN DIPENDENTE DI BANCA PER IL RAGGIUNGIMENTO DEL REQUISITO ANAGRAFICO PER LA PENSIONE

Con la suddetta ordinanza la Corte di legittimità ha dichiarato inammissibile il ricorso per revocazione di una lavoratrice, confermando le decisioni dei giudici di merito, che hanno ritenuto legittimo il licenziamento di una dipendente di banca, in considerazione del raggiungimento del requisito anagrafico per la pensione – nello specifico, il sessantacinquesimo anno di età. La Suprema Corte, nella citata sentenza, afferma il principio di diritto in base al quale l’errata valutazione degli atti non integra errore revocatorio - rilevante ai sensi ed agli effetti di cui agli artt. 391 bis e 395, n. 4) c.p.c. - in quanto la valutazione, ancorché errata, del contenuto degli atti di parte e della motivazione della sentenza impugnata, integra un vizio costituente errore di giudizio e non di fatto. Va premesso che la sentenza in esame richiama, conformandosi, i principi già espressi (e consolidatisi) da parte della più recente giurisprudenza di legittimità. In particolare, con la sentenza n. 10184 del 27/04/2018, la S.C. sancisce il principio per cui: “Non è idonea ad integrare errore revocatorio, rilevante ai sensi ed agli effetti di cui agli artt. 391 bis e 395, n. 4) c.p.c., la valutazione, ancorché errata, del contenuto degli atti di parte e della motivazione della sentenza impugnata, trattandosi di vizio costituente errore di giudizio e non di fatto”.

Data: 9 Febbraio 2021
SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE. RILEVANZA DELLE INDAGINI PERITALI E DEGLI ALTRI MEZZI DI PROVA, IVI COMPRESE LE PRESUNZIONI

La Suprema Corte, nella sentenza emarginata, ha osservato in primo luogo che, in tema di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell'esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell'unione, va formulato tenendo conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell'ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore, fermo restando, in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione (v. Cass. n. 18817/2015, conf. Cass. n. 22744/2017).

Data: 16 Febbraio 2021
L’USO FRAZIONATO DELLA COSA COMUNE PER ACCORDO TRA I PARTECIPANTI E’ CONSENTITO SOLO NEL RISPETTO DEI LIMITI DI CUI ALL’ART. 1102 C.C.

Il principio affermato dalla Corte di legittimità è quello secondo cui è illegittima l'apertura di una terrazza sul tetto condominiale da parte di un condomino qualora l'opera non solo determini una variazione dell'originario distributivo della proprietà condominiale, ma anche nell'ipotesi in cui pregiudichi la funzione di adeguata protezione delle strutture sottostanti. In primo luogo, invero, la Corte ritiene che l'uso frazionato di una cosa comune per accordo fra i partecipanti, sia consentito solo nel rispetto dei limiti stabiliti dall'art. 1102 c.c. (ex plurimis: Cass. civ., Sez. Seconda, Sent. 14 luglio 2005, n. 14694). Nella fattispecie de qua, infatti, più che di un uso intensivo della cosa comune, si concretizza la realizzazione di una assoluta illegittima ed abusiva occupazione di una porzione condominiale; sicchè, la stessa Consulenza Tecnica d’Ufficio effettuata in corso di causa evidenzia una “variazione dell’originario distributivo della proprietà condominiale”. All’uopo, ciò che veniva realizzato non era altro che una palese ed abusiva violazione dell’equilibrio statico e della sicurezza dello stabile che privava gli altri condomini della possibilità di realizzare un uso paritetico del bene. In secondo luogo, la Corte afferma il principio per cui, alla stregua dei testuali criteri dettati dall’art. 1102 c.c., la possibile trasformazione della cosa comune – nel caso di specie, il sottotetto con creazione di terrazzo – presuppone in ogni caso il rispetto e la salvaguardia, attraverso appositi dovuti interventi, della funzione di adeguata protezione delle strutture sottostanti. Altra questione che viene posta al vaglio della S.C. attiene alla possibilità che anche il Giudice del merito - e non solo quello dell'esecuzione - possa fissare un termine per l'esecuzione dell'obbligo di fare e prevedere il pagamento di somme per il ritardo (somme determinate, fra l'altro, diversamente e correttamente dalla Corte di Appello in dipendenza della diversa decorrenza dei vari obblighi - terrazza/sottoscala e vano scala condominiale - di cui alle decisioni di primo e secondo grado). A tal proposito, la Corte di Legittimità sancisce come, in caso di ritardo nell’esecuzione dei prescritti obblighi diversi dal pagamento di somme di denaro, anche il Giudice del merito possa stabilire con relativo provvedimento di condanna - e salvo che ciò non sia manifestamente iniquo - la somma di denaro dovuta dall’obbligato per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione.

Data: 23 Febbraio 2021
IL GIUDICE, CHE CONDIVIDE I RISULTATI DELLA CONSULENZA TECNICA DI UFFICIO, NON È TENUTO AD ESPORRE IN MODO SPECIFICO LE RAGIONI DEL SUO CONVINCIMENTO

Nella fattispecie oggetto di analisi, la Corte di legittimità ha reputato inammissibile la censura mossa - peraltro in modo generico - avverso il presunto "errore motivazionale” riscontrato nella sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catanzaro, consistente nel recepimento totale ed acritico della CTU redatta dal Dott. C., dalla quale è emerso come dall'evento traumatico "non sono residuati postumi permanenti”. Invero, il ricorrente ha denunziato la circostanza in base alla quale la Corte di merito, nel recepire in modo integrale la consulenza redatta dal CTU, non avrebbe tenuto in considerazione i numerosi certificati medici successivi all’evento dannoso, e dai quali – a detta del ricorrente medesimo - si evinceva come lo stesso non potesse essere considerato clinicamente guarito, essendo emersa "una severa condizione artrodiscopatica", sulla quale, però, “immotivatamente”, il CTU ha asserito che “nessuna influenza ha potuto avere il trauma sofferto, stante il breve ambito cronologico intercorso tra l'evento del (OMISSIS) e l'esame radiologico del (OMISSIS), dal quale sono state evidenziate le predette patologie”. All’uopo, in primo luogo, va evidenziato come, ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c., la motivazione della sentenza - di cui all’articolo 132, secondo comma, numero 4), del codice - consiste nella succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi.

Data: 3 Marzo 2021
ANNULLAMENTO DELLA DELIBERA ASSEMBLEARE SE LA CONVOCAZIONE IN ASSEMBLEA AVVIENE CON E-MAIL ORDINARIA

Il Tribunale di Sulmona, applicando l'art. 66 disp. att. c.c., ha disposto l’annullamento di una delibera assembleare, in considerazione del rilievo per cui una condomina non era stata convocata a mezzo pec - pur avendo comunicato il proprio indirizzo pec – avendo provveduto l’amministratore, di contro, a convocare l’assemblea con e-mail ordinaria. Al riguardo va detto che fino alla modifica della normativa condominiale nel 2012, la legge non prevedeva forme specifiche per l'invio dell’avviso/convocazione: all’amministratore era concesso di scegliere liberamente le modalità di trasmissione della convocazione assembleare, purchè fosse garantito il raggiungimento dello scopo (ovvero, informare per tempo il condomino della data e del luogo della riunione, nonché dei punti all'ordine del giorno).

Data: 3 Marzo 2021
REATO DI MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: UN SOLO EPISODIO DI REAZIONE DELLA MOGLIE AL MARITO AGGRESSIVO NON ESCLUDE IL REATO DI MALTRATTAMENTI

Con la sentenza n. 4681/2021, la Corte di Cassazione ha disposto l'annullamento della pronuncia resa della Corte d'Appello di Bari, provvedimento che assolveva il sig. I.A., dal delitto di maltrattamenti in danno dell'ex moglie, specificando come il fatto non sussistesse, e prosciogliendo il medesimo dal delitto di lesioni in danno dell’ex moglie, per intervenuta remissione di querela. Nello specifico, in una prima fase, il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Bari, ha presentato ricorso innanzi alla Corte di Legittimità, contestando la sentenza resa dalla Corte di merito per violazione di legge e vizio di motivazione. Invero, il Procuratore, per un verso, ha evidenziato come la Corte d’Appello di Bari avesse qualificato erroneamente quali “generiche” le dichiarazioni della persona offesa, che, in realtà, “fin dalla denuncia dell'aprile 2014 aveva parlato di specifici episodi di ingiurie, botte, minacce, sottolineando di essere stata maltrattata tutti i giorni”; dappoi, ha evidenziato a più riprese l’erroneità della valutazione, espressa dalla Corte di merito, con riferimento alla reattività della donna, la quale in una sola ed unica occasione si era limitata a gettare i piatti a terra – tra l’altro, dopo aver scoperto l'intesa del marito con un'altra donna.

Data: 10 Marzo 2021
AI FINI DELL'INTEGRAZIONE DEL REATO DI CAPORALATO, È SUFFICIENTE CHE RICORRA ANCHE SOLO UNO DEGLI ELEMENTI INDICATI EX ART. 603-BIS, COMMA II, C.P.

Nel caso in esame è accaduto che il sig. M.G. ha proposto ricorso innanzi alla Corte di legittimità adducendo la circostanza per cui il Tribunale di Catanzaro avrebbe errato nell’imputazione a suo carico del reato di sfruttamento, stante l’insufficienza degli indizi considerati per la formulazione di tale accusa. Invero, il ricorrente, nel caso di specie, ha evidenziato che “il provvedimento impugnato non ha menzionato alcun elemento investigativo relativo alle effettive condizioni di lavoro, ai metodi di sorveglianza e/o alle situazioni alloggiative degradanti dei lavoratori, …., e non si è affatto soffermato sul dato temporale della ripetizione dell'unica condotta contestata (retribuzione in misura difforme ed inferiore ai contratti collettivi), che, al più, può ritenersi limitata alla sola giornata del 18 aprile 2018, essendo del tutto equivoci ed insufficienti gli indizi desumibili dalla conversazione tra terzi ( F. e A.), smentiti dallo stesso M.”. Inquadrata la vicenda negli esatti termini controversi, preliminarmente occorre rappresentare che l'art. 603-bis c.p, comma 2 – il quale configura il reato di caporalato – sancisce come: "Se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia, si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato. Ai fini del presente articolo, costituisce indice di sfruttamento la sussistenza di una o più delle seguenti condizioni: la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;la reiterata violazione della normativa relativa all'orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all'aspettativa obbligatoria, alle ferie;la 2 sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti".

Data: 16 Marzo 2021
GLI EMBRIONI CONGELATI, PRODOTTI DALLA COPPIA, POSSONO ESSERE IMPIANTATI ANCHE DOPO MOLTO TEMPO NELL'UTERO DELLA DONNA ED ANCHE CONTRO LA VOLONTÀ DELL'UOMO DEL QUALE QUESTI EMBRIONI PORTANO IL CORREDO GENETICO, IN QUANTO È NECESSARIO UNICAMENTE IL CONSENSO DELLA DONNA

In Italia molte coppie, al fine di realizzare l’intento di creare una famiglia ed avere bambini, devono necessariamente ricorrere alla procreazione medicalmente assistita. A tale procedura faceva ricorso, nel lontano 2008, la coppia protagonista del caso oggetto di disamina, la quale dopo un primo tentativo di impianto fallito, decideva di congelare gli embrioni in attesa di un nuovo tentativo. Sta di fatto che, nelle more, il rapporto di coppia si è deteriorato, la crisi coniugale è stata conclamata, di tal che il marito decideva di porre fine al matrimonio. A distanza di anni, nonostante la fine del matrimonio, la ex moglie decideva di rivolgersi al Tribunale per vedere riconosciuto il suo diritto all'impianto degli embrioni, nonostante la separazione e il parere contrario del marito. La normativa di riferimento in tema di PMA è rappresentata dalla Legge n. 40 del 2004; la medesima, invero, disciplina i numerosi aspetti strettamente connessi alla procreazione medicalmente assistita, quali, a titolo esemplificativo, l’accesso alle tecniche (difatti, attualmente tale procedura è riservata solo alle coppie formate da maggiorenni eterosessuali, coniugate o conviventi, in cui entrambi siano conviventi e in età potenzialmente fertile, e solo nel caso in cui l'infertilità non sia risolvibile diversamente), lo statuto dell'embrione (poiché è vietata qualsiasi sperimentazione, manipolazione o intervento sull'embrione che non siano diretti esclusivamente alla tutela della sua salute, ovvero deve ritenersi escluso qualsiasi scopo eugenetico o selettivo), nonché lo stato giuridico del nato (invero, i nati da procreazione medicalmente assistita acquistano a tutti gli effetti lo stato di figli legittimi o riconosciuti dalla coppia).

Data: 23 Marzo 2021
NON SANZIONABILE IL WHISTLEBLOWER CHE DENUNCIA LO SVOLGIMENTO DI CONDOTTE ILLECITE DA PARTE DI UN'AMMINISTRAZIONE PUBBLICA O UN'AZIENDA PRIVATA

Con l’ordinanza del 11/03/2021, n. 1547 il TAR Lazio ha nuovamente ribadito la non sanzionabilità del whistleblower che denuncia lo svolgimento di condotte illecite da parte di un'amministrazione pubblica o un'azienda privata. Al fine di meglio comprendere i termini della vicenda de qua, occorre inquadrare la cornice legislativa che disciplina l’istituto del whistleblowing. Il whistleblower altro non è che il lavoratore denunciante lo svolgimento di condotte illecite da parte di un'amministrazione pubblica o un'azienda privata – invero, la traduzione del termine whistleblowing o whistleblower è segnalazione o segnalatore di illeciti; in particolare, nel settore pubblico, il whistleblower è il dipendente che segnala al responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza o all'Anac (Autorità nazionale Anticorruzione), o che denuncia all'autorità giudiziaria ordinaria o contabile, le condotte illecite delle quali è venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro. Il concetto di whistleblowing è stato inserito nello scenario giuridico italiano con la Legge n. 90/2012; pertanto, attualmente, il nostro ordinamento riconosce una specifica tutela al whistleblower tramite l’inserimento, all’interno del D. Lgs. n. 165/2001, dell'articolo 54-bis,preposto alla tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti Fatta tale doverosa premessa, è possibile procedere alla disamina di quanto accaduto con riferimento al caso di specie. Un segretario comunale ha introitato ricorso innanzi al T.A.R. Lazio, contro l'Autorità Nazionale Anti Corruzione (ANAC), per chiedere l'annullamento - previa sospensione dell'efficacia - della delibera adottata dal Consiglio dell'Autorità e comunicata al ricorrente via pec. Nello specifico, con tale delibera, l'ANAC ha sanzionato il segretario comunale con una multa di 5000 €, stante la circostanza per cui il medesimo avesse punito,con inopportuno 2 provvedimento disciplinare,l'autore di una segnalazione per fatti di reato o gravi irregolarità di cui era venuto a conoscenza nell'ambito del rapporto di lavoro.

Data: 31 Marzo 2021
È LEGITTIMO IL DIRITTO DEL DATORE DI LAVORO DI PORRE IN FERIE FORZATE IL LAVORATORE – NEL CASO DI SPECIE, PARAMEDICI DI UNA RSA – CHE RIFIUTA IL VACCINO CONTRO IL COVID-19: PREVALE IL DOVERE DEL DATORE DI TUTELARE LA SALUTE DEI DIPENDENTI, RISPETTO ALLA LIBERTÀ DEI LAVORATORI DI RIFIUTARE IL VACCINO

Va premesso che in tema di tutela delle condizioni di lavoro, cosa prescrive l’art. 2087 c.c., ovvero, nello specifico, che “l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”. Anche sulla scorta del su menzionato principio giuridico, nella sentenza in esame, il Giudice del Tribunale bellunese ha rigettato il ricorso cautelare d’urgenza introitato da alcuni operatori di una RSA. Nello specifico, i suddetti lavoratori venivano sospesi dal proprio datore di lavoro, che li poneva in “ferie retribuite”, stante la circostanza per la quale trattavasi di paramedici di una RSA i quali rifiutavano di sottoporsi alla vaccinazione anti Covid 19. Ciò posto, in considerazione di quanto disposto ex art. 2087 c.c., il Giudice ha ritenuto insussistente il fumus bonis iuris. All’uopo, il Giudice ha evidenziato, per un verso, che i ricorrenti potevano essere qualificati quali individui “impiegati in mansioni a contatto con persone che accedono al loro luogo di lavoro” e che “è ormai notoria l’efficacia del vaccino per cui è causa nell’impedire l’evoluzione negativa della patologia causata dal virus SARS –CoV-2, essendo notorio il drastico calo di decessi causati da detto virus, fra le categorie che hanno potuto usufruire del suddetto vaccino, quali il personale sanitario e gli ospiti di RSA”; e, per altro verso, ha 2 perseverato affermando come, alla luce di tali premesse, il ricorso d’urgenza non potesse essere accolto“ritenuto che la permanenza dei ricorrenti nel luogo di lavoro comporterebbe per il datore di lavoro la violazione dell’obbligo di cui all’art. 2087 c.c. il quale impone al datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei suoi dipendenti; che è ormai notorio che il vaccino per cui è causa – notoriamente offerto, allo stato, soltanto al personale sanitario e non anche al personale di altre imprese, stante la attuale notoria scarsità per tutta la popolazione – costituisce una misura idonea a tutelare l’integrità fisica degli individui a cui è somministrato, prevenendo l’evoluzione della malattia”. Allo stesso modo, il Giudice ha ritenuto il ricorso carente anche del periculum in mora, “non essendo stato allegato da parte ricorrente alcun elemento da cui poter desumere l’intenzione del datore di lavoro di procedere alla sospensione dal lavoro senza retribuzione e al licenziamento”.

Data: 7 Aprile 2021
CONDOTTA OPPOSITIVA DELLA MADRE GRAVEMENTE LESIVA DEL DIRITTO DEL MINORE ALLA BIGENITORIALITÀ (copia)

Con la presente ordinanza la Corte di Cassazione ribadisce ulteriormente quanto già affermato nelle più recenti pronunce giurisprudenziali (ex plurimis, Cass., 25 luglio 2018, n. 19780, Cass., 24 gennaio 2020, n. 1668), ossia che il provvedimento con il quale si dispone la decadenza o la limitazione della responsabilità genitoriale, ha attitudine al cd. giudicato rebus sic stantibus; sicché tale provvedimento non può ritenersi revocabile o modificabile, se non per la sopravvenienza di fatti nuovi, e non per la mera rivalutazione delle circostanze preesistenti già esaminate. La Corte, in primo luogo, ha ribadito il principio secondo cui va affermata come regola generale in punto di separazione la c.d. “bigenitorialità”, intesa quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi. In particolare, nel caso di specie, la S.C. ha rilevato come il Giudice di II° grado, in fase decisoria, non ha valutato adeguatamente alcuni elementi importanti del giudizio, atteso che i Giudici di merito, per un verso, hanno omesso del tutto di prendere in esame quale fatto decisivo della controversia la condotta "oppositiva" della madre - risultante dai fatti documentali introdotti nel giudizio dal padre del minore; per altro, hanno omesso di fornire adeguata motivazione sulle ragioni del rifiuto del padre da parte del figlio, mancando di verificare, in concreto, l'esistenza dei denunciati comportamenti volti all'allontanamento fisico e affettivo del figlio minore da parte dell'altro genitore; e ciò pur potendo il giudice di merito, a tal fine, utilizzare i comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia, ivi compreso l'ascolto del minore, e anche le presunzioni.

Data: 26 Gennaio 2021