TRIBUNALE DI MANTOVA, 7 GIUGNO 2022, AVENTE AD OGGETTO “LA FACOLTÀ DI CONVERSIONE DEL RICORSO DELLA PROCEDURA DI PIANO DEL CONSUMATORE IN CASO DI REIEZIONE DEL RICORSO NELLA PROCEDURA DI LIQUIDAZIONE DEL PATRIMONIO EX ART. 14 TER. L. N. 3/2012

Sovraindebitamento – Ricorso al Piano del Consumatore – Rigetto – Ricorso alla procedura di liquidazione del patrimonio – Ammissibilità Mass.: In caso di mancato accoglimento del ricorso concernente il piano del consumatore, deve ritenersi ammissibile l’istanza di conversione nella procedura di liquidazione del patrimonio sia perché tale modalità è prevista dagli artt. 14 bis e 11 della legge n. 3/2012 in casi cui il procedimento di sovraindebitamento instaurato non può utilmente proseguire sia perché nel rito camerale (quale è quello applicabile alle procedure di sovraindebitamento) non vigono le preclusioni previste per il giudizio di cognizione ordinario sia infine perché tale possibilità deve ritenersi conforme al principio di ragionevole durata del processo, posto che non sarebbe precluso all’istante promuovere autonomo ricorso ex art. 14 ter della legge n. 3/2012.

Data: 5 Luglio 2022
SI CONFIGURA QUALE LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO NEI RIGUARDI DI COLUI CHE USUFRUISCE DEI PERMESSI EX L. 104\92 PER SCOPI PERSONALI. NELL’ATTIVITÀ DI ASSISTENZA AL DISABILE, È RICOMPRESO - OLTRE CHE LE ATTIVITÀ DI ASSISTENZA DIRETTA AL MEDESIMO - IL DISBRIGO DELLE PRATICHE AMMINISTRATIVE E BUROCRATICHE CHE DA SOLO NON PUÒ SVOLGERE

La questione oggetto di disamina e su cui si è pronunciata la Suprema Corte trae spunto dalla pronuncia resa in primo grado dal Tribunale di Spoleto, che, con sentenza n. 23/2019, aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato dalla U. s.p.a. a M.F.M. per abuso dei permessi della L. n. 104 del 1992, ex art. 33, comma 3. Detta sentenza era stata impugnata innanzi alla Corte di appello di Perugia, che non riteneva la condotta del dipendente di gravità tale da incrinare il rapporto fiduciario con la società datrice, atteso che, a detta della stessa Corte, l'utilizzo di 4 ore e mezzo su 32 di permessi 104 per il disbrigo di esigenze private – nello specifico, con riferimento al caso che ci occupa - anche se condotta con rilievo disciplinare, non poteva considerarsi così grave da dover considerare legittimo il licenziamento.

Data: 28 Giugno 2022
LA GIOVANE ETÀ NON È DI PER SÉ UN'ATTENUANTE, SE NON QUANDO PREGIUDICA LA MATURITÀ DEL SOGGETTO E LA CAPACITÀ DI VALUTARE LA PROPRIA CONDOTTA IN BASE ALLE REGOLE DEL VIVERE CIVILE

Il principio di diritto enucleato dalla Corte di Legittimità concerne la fattispecie relativa all’incriminazione di sei imputati ritenuti responsabili del reato di violenza sessuale di gruppo ex art. 609 ter, comma 1, n. 2, c.p.. Invero, nel caso in esame accadeva che gli imputati molestavano sessualmente una cittadina britannica dopo averle somministrato sostanze stupefacenti, meglio note come droga dello stupro. Sta di fatto che la Corte di Appello di Napoli ridimensionava la pena della reclusione - così come stabilita dal Tribunale di Torre Annunziata - in favore dei diversi imputati, riconoscendo agli stessi le attenuanti generiche. Ciò posto, il P.G. presentava ricorso in Cassazione, adducendo la violazione dell'art. 62 bis c.p, il quale contempla le attenuanti generiche, atteso che, a detta del Procuratore, la motivazione contenente le attenuanti avrebbe dovuto indicare elementi positivi in grado di giustificarne la concessione. Di contro, nel caso di specie ciò non può ritenersi configurabile, né tantomeno le attenuanti generiche possono essere frutto di una benevola concessione da parte del Giudicante. Nello specifico, il Procuratore contestava alla S.C. il non aver preso in considerazione in misura adeguata la preoccupante personalità degli imputati, esclusa solo dalla giovane età degli stessi e dall'assenza di precedenti penali; per tale ragione, chiedeva l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata, limitatamente alla concessione delle attenuanti generiche.

Data: 21 giugno 2022
TRIB. FORLÌ 4 APRILE 2022 (Decreto) SULLA CONFERMA DELL’ESTENSIONE DEL CRAM DOWN NEI CONFRONTI DEI CREDITI PREVIDENZIALI

Sovraindebitamento – Accordo di composizione – Voto negativo espresso degli Enti Previdenziali – Giudizio c.d. cram down – Art. 12, comma 3, quater. l. 3/2012 – Interpretazione estensiva – Ammissibilità Mass.: L’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 12, comma 3 quater, l. 3/12, come modificato dal d.l. 137/20 convertito con modifiche in l. n. 176/20, consente di estendere il giudizio di cram down espresso dal tribunale ai fini dell’omologa dell’accordo di composizione della crisi, in mancanza di adesione da parte dell'amministrazione finanziaria, anche ai crediti previdenziali.

Data: 7 Giugno 2022
NON SONO PIÙ DOVUTE LE SPESE PER IL RECESSO ANTICIPATO DAL CONTRATTO TELEFONICO DAL DECRETO BERSANI SULLE LIBERALIZZAZIONI, FATTE SALVE LE SPESE GIUSTIFICATE DAI COSTI DELL'OPERATORE

La pronuncia oggetto di disamina prende le mosse dal caso di un utente che citava innanzi al Giudice di Pace una nota compagnia telefonica, lamentando l'illegittimo addebito della somma di 35,18 euro a titolo di spese di disattivazione dell'utenza. Sta di fatto che sia il Giudice di Pace, che il Tribunale adìto in sede appello accoglievano la domanda dell'utente, condannando la compagnia a restituire l'importo di 35,18 euro atteso che "nessuna clausola contrattuale sottoscritta dall'appellata autorizzava la società a riscuotere detta somma."

Data: 31 Maggio 2022
IL REATO DI DISTURBO DEL RIPOSO O DELLE OCCUPAZIONI DELLE PERSONE DEVE RITENERSI INTEGRATO ANCHE QUANDO LE “VITTIME” INFASTIDITE DALLA MUSICA DI UNA FESTA CHE SI PROTRAE FINO AL MATTINO SIANO FUORI CASA E, DUNQUE, NON PER FORZA ALL’INTERNO DELLA PROPRIA ABITAZIONE

La vicenda processuale oggetto di odierna disamina può così sintetizzarsi. Con sentenza del 12 maggio 2020 la Corte di Appello di Firenze, in parziale riforma di quella emessa dal Tribunale di Lucca il 25 maggio 2018, con riferimento alle pena inflitta nei confronti di M.G., ritenuta responsabile dei reati di apertura abusiva di luoghi di pubblico spettacolo o trattenimento e disturbo del riposo o delle occupazioni delle persone, ha sostituito la pena detentiva di un mese e venti giorni di arresto con la corrispondente pena pecuniaria di 12.500 € di ammenda, da aggiungersi a quella, di 210 € di ammenda, già determinata in primo grado. Invero, la Corte di Appello fiorentina rilevava come la donna avesse organizzato una festa aperta al pubblico - e non, dunque, riservata ai clienti dell'hotel - senza la preventiva autorizzazione della forza pubblica. Il Giudice di II grado rilevava inoltre come il suddetto intrattenimento si fosse svolto in spiaggia, di tal che la stessa organizzatrice non era certamente esonerata dal predisporre l'adozione di misure finalizzate a tutelare l'integrità dei partecipanti, così come l’osservanza della normativa antiincendio.

Data: 26 Maggio 2022
L’“ACCAPARRAMENTO DELLA CLIENTELA” È LA CONDOTTA VIETATA DALL’ART. 37 DEL CODICE DEONTOLOGICO FORENSE E PUÒ CONCRETIZZARSI NELLA CONDOTTA DELL’AVVOCATO CHE SI RENDA DISPONIBILE A SOTTOSCRIVERE UNA NOMINA PER AUTENTICA, SENZA AVERE ALCUNA EFFETTIVA CERTEZZA DELL’AUTOGRAFIA DEL SOTTOSCRITTORE, BENSÌ UNICAMENTE FACENDO FEDE AL MODULO DI NOMINA PER DEPOSITARE UNA DENUNCIA ALL’AUTORITÀ GIUDIZIARIA, COME SOTTOSCRITTO ED INVIATO ALLO STESSO

La vicenda oggetto di odierna disamina trae principio dall’esposto presentato innanzi al Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Trento, a seguito del quale era stato instaurato un procedimento disciplinare nei confronti dell'avvocato G.M. per le seguenti violazioni del codice deontologico: violazione dei doveri di probità, dignità, decoro e indipendenza (art. 9), violazione di accaparramento di clientela (art. 37), utilizzo di mandati professionali senza verifica dell'identità del mandante (art. 23). All'esito della fase istruttoria, il Consiglio Distrettuale di Disciplina di Trento, aveva configurato una responsabilità dell’avvocato per la violazione dell'art. 37, irrogando, all’uopo, la sanzione dell'avvertimento. Successivamente, l'avvocato impugnava la suddetta pronuncia ma, con sentenza del 5 maggio 2021 il Consiglio Nazionale Forense rigettava il ricorso. Invero, il CNF stigmatizzava la circostanza per la quale dal sito web del "Comitato 26 Gennaio", costituitosi nel Comune di V., era scaricabile il modulo di nomina a difensore per la denuncia all'autorità giudiziaria da sottoscrivere ed inviare all'avv. G., il quale, con la consapevolezza di tale modalità di assunzione dell'incarico, si era reso evidentemente disponibile a sottoscrivere la nomina per autentica senza avere alcuna evidenza della autografia del sottoscrittore.

Data: 17 Maggio 2022
LE APPARECCHIATURE DI MISURAZIONE DELLA VELOCITÀ, PER RISULTARE IDONEE, DEVONO ESSERE SOTTOPOSTE A PERIODICHE VERIFICHE E TARATURE, E L’EFFETTUAZIONE DI TALI CONTROLLI DEVE ESSERE ATTESTATA CON APPOSITE CERTIFICAZIONI

La recentissima ordinanza della Corte di legittimità oggetto di commento trae origine dalla vicenda che ha visto coinvolti un Comune piemontese ed un automobilista, il quale impugnava il provvedimento ammnistrativo emesso dal Giudice di Pace a seguito del verbale di violazione al Codice della strada, sottoscritto dagli agenti accertatori, per eccesso di velocità, rilevato con apparecchiatura automatica di tipo autovelox. Il gravame, introitato dal ricorrente, si fondava sulla considerazione per cui la multa fosse illegittima poiché fondata su rilevamento effettuato da autovelox approvato ma non omologato. Il giudice di pace accoglieva il ricorso e annullava il verbale. Di contro, il Tribunale di Alessandria - interpellato in secondo grado su ricorso dell'amministrazione – rilevava come, seppur solo approvato e non omologato, l'autovelox fosse da considerare idoneo a fornire un rilevamento valido, poiché utilizzato in presenza degli organi di polizia, affermando, all’uopo, la fondatezza della domanda avanzata dal Comune.

Data: 10 Maggio 2022
TRIBUNALE DI MANTOVA 16 MARZO 2022: SOVRAINDEBITAMENTO - LA COMPETENZA TERRITORIALE DELLA DOMANDA DI ESDEBITAZIONE PROMOSSA A NORMA DELL’ART. 14-TERDECIES L. N. 3/2012

Massima: Poiché l’esdebitazione richiesta ai sensi dell’art. 14-terdecies della legge n. 3/2012 costituisce la fase finale (sia pure eventuale) della procedura di liquidazione del patrimonio alla quale è inscindibilmente connessa, la domanda di ammissione al beneficio va proposta al Giudice che aveva disposto l’apertura del procedimento di liquidazione del patrimonio. [Nel caso di specie il ricorrente dopo avere ottenuto l’apertura della procedura di liquidazione del patrimonio da parte del Tribunale di Brescia aveva presentato la domanda di esdebitazione avanti al Tribunale di Mantova, nel cui distretto è fissata la sua attuale residenza].

Data: 3 Maggio 2022
DONAZIONE INDIRETTA – SPIRITO DI LIBERALITÀ DEL “DONANTE INDIRETTO” QUALE ELEMENTO COSTITUTIVO DELLA DONAZIONE – PROVA GRAVANTE SUL SOGGETTO CHE NE AFFERMA L’ESISTENZA

Con l’ordinanza n. 4014/2022, la Corte si pronuncia in materia di donazione indiretta. Nel caso che ci occupa, parte ricorrente proponeva ricorso in Cassazione avverso la sentenza del secondo grado di giudizio che, confermando la decisone presa dal Giudice di prime cure, riteneva che gli immobili di causa non ricadessero nel regime di comunione legale tra due ex coniugi, poiché oggetto di donazione indiretta da parte del genitore di uno dei due coniugi. Si ricorda a noi stessi come la donazione indiretta sia un atto di liberalità che realizza gli effetti propri della donazione, ma non necessita di una forma specifica e l’arricchimento del patrimonio altrui avviene in maniera velata e non diretta. Dunque, mancando la forma dell’atto pubblico, va sempre provato l’animus donandi del “donante indiretto” e tale prova ricade, solo ed esclusivamente, sul soggetto che afferma l’esistenza della donazione. Ritornando al caso di specie, la ricorrente contestava la mancata prova dello spirito di liberalità necessario ai fini della configurazione di una donazione indiretta. L’ex marito, nonostante la precisa contestazione della moglie, non aveva provato in alcun modo di essere stato autorizzato dal padre ad emettere gli assegni versati per l’acquisto degli immobili de quo.

Data: 26 Aprile 2022
ESPORRE IL CROCIFISSO IN AULA NON DETERMINA UN ATTO DISCRIMINATORIO CONTRO IL DOCENTE DISSENZIENTE: SPETTA IN OGNI CASO ALLA SCUOLA TROVARE UN RAGIONEVOLE ACCOMODAMENTO SU EVENTUALI POSIZIONI DIFFORMI

La vicenda concerne un evento che trae origine nel lontano 2009, allorquando un insegnante, prima di iniziare la lezione, rimuoveva il crocifisso dall’aula, nonostante la maggioranza degli studenti si fosse espressa in senso favorevole alla presenza in aula del crocifisso, sulla scorta dell’assunto per il quale la presenza del medesimo violasse il principio di laicità dello Stato, nonché la libertà di coscienza e d'insegnamento in materia religiosa. Il docente veniva sospeso ed a seguito del conseguente ricorso la questione veniva portata all’attenzione della Corte d'Appello di Perugia, la quale respingeva il ricorso dell'insegnante, rappresentando come l'esposizione del crocifisso non è lesiva di diritti inviolabili della persona né è, di per sé sola, fonte di discriminazione tra individui di fede cristiana e soggetti appartenenti ad altre confessioni religiose. La controversia approdava al Palazzaccio, ove i giudici della sezione lavoro rimettevano la risoluzione del quesito alle Sezioni Unite, evidenziando l’assoluta rilevanza delle tematiche sollevate dall'insegnante nel suo ricorso, stante la circostanza per la quale i diritti enucleati richiedessero un doveroso bilanciamento tra la libertà di insegnamento (intesa come autonomia didattica e libera espressione culturale del docente), ed il rispetto della coscienza civile e morale degli alunni che, a maggioranza, avevano espresso la volontà che il crocifisso restasse affisso in aula.

Data: 19 Aprile 2022
IL SEQUESTRO DI PERSONA A SCOPO DI ESTORSIONE E QUELLO DI ESERCIZIO ARBITRARIO DELLE PROPRIE RAGIONI CON VIOLENZA ALLA PERSONA POSTO IN ESSERE IN CONCORSO CON IL SEQUESTRO DI PERSONA NON SI DISTINGUONO PER L'INTENSITÀ DELLA VIOLENZA O DELLA MINACCIA CHE CONNOTA LA CONDOTTA, BENSÌ PER IL FINE PERSEGUITO DALL'AGENTE

La questione sottoposta all’attenzione della Suprema Corte trae origine dalla denuncia sporta a seguito della privazione da parte delle persone offese della libertà di locomozione, essendosi trovate le stesse rinchiuse all’interno di uno spazio recintato di un camping, dal quale erano impossibilitate ad uscire per un tempo apprezzabile a fronte della richiesta da parte dei gestori del camping per un residuo credito asseritamente vantato nei loro confronti. La Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare in primo luogo che il fine di esercitare un preteso diritto non esclude il delitto di sequestro di persona, sempre che ne ricorrano i presupposti, ma può determinare un concorso dello stesso delitto con l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, atteso che tra la norma di cui all’art. 393 c.p. e quella di cui all’art. 605 c.p. non esiste un rapporto di specialità. La privazione della libertà personale, infatti, con riferimento specifico alla libertà di locomozione, è estranea alla configurazione giuridica del delitto dell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

Data: 12 Aprile 2022
INFORTUNISTICA STRADALE – VEICOLO NON ASSICURATO COINVOLTO NEL SINISTRO MA SENZA COLPA – DIRITTO AL RISARCIMENTO DEI DANNI PATITI

Con la sentenza n. 1179/2022, la Suprema Corte si è pronunciata in materia di infortunistica stradale. Nel caso che ci occupa, il conducente di un motociclo - privo di copertura assicurativa - e il terzo trasportato avevano formulato richiesta di risarcimento dei danni patiti in occasione del sinistro verificatosi tra il suddetto mezzo e una vettura, con responsabilità addebitabile unicamente al conducente di quest’ultima. Il giudice adito rigettava la domanda attorea, decisione confermata anche nel secondo grado di giudizio, atteso che riteneva quale condizione indefettibile per l’attivazione della procedura risarcitoria la copertura assicurativa del mezzo sul quale il danneggiato circolava. Tale decisione appare manifestamente irrazionale in quanto non aderente alla ratio della normativa in materia che si fonda in primis sulla tutela del danneggiato. Più nel dettaglio, esaminando sia l’art. 122 (obbligo di assicurazione dei veicoli a motore) che l’art. 144 (azione diretta del danneggiato) del Codice delle Assicurazioni (C.d.A.), - su cui si fonda la decisione del secondo grado di giudizio -, la Corte ne mette subito in evidenza la diversità dell’ambito di azione. Difatti, nel qual caso il legislatore avesse avuto intenzione di inibire al danneggiato l’esercizio dell’azione risarcitoria per mancanza di assicurazione sul veicolo sul quale circolava al momento del sinistro, avrebbe dovuto inserire espressamente tale sanzione nella relativa norma, stante l’importanza dell’interesse tutelato. Ed ancora, - dall’analisi della normativa della R.C.A., di quella unionale, nonché di quella costituzionale -, è evidente come, in caso di sinistro, si persegua, sempre e comunque, la massima tutela del danneggiato/vittima.

Data: 5 Aprile 2022
GIUDIZIO DI OPPOSIZIONE - CONFORMITÀ AL MODELLO DEL PROCESSO CIVILE - CORRISPONDENZA TRA “IL CHIESTO” E “IL PRONUNCIATO” E DIVIETO DI PRONUNCIA D’UFFICIO SU ECCEZIONI ESCLUSIVAMENTE RIMESSE A INIZIATIVA DI PARTE

Nel caso che ci occupa, l’ente Città Metropolitana, già Provincia, proponeva ricorso avverso la pronuncia della Corte d’Appello che - in conformità a quanto statuito nel giudizio di prime cure di opposizione avverso un’ingiunzione di pagamento emessa dalla Provincia - aveva rigettato l’appello spiegato dall’ente e confermato la sentenza impugnata di annullamento dell’ordinanza provinciale per tardività della notifica. Più nel dettaglio, l’ente contestava l’eccezione di “ultrapetizione” atteso che, in primo grado, il Tribunale aveva dichiarato d’ufficio - e non su istanza dell’opponente - la tardività della notifica dell’ordinanza di accertamento. La Suprema Corte - difformemente da quanto sostenuto dalla Corte d’Appello -, precisa che, anche per il giudizio di opposizione, essendo strutturato sul modello del processo civile, vige il principio di corrispondenza tra “il chiesto” ed “il pronunciato”, nonché il divieto di pronunciare d’ufficio su eccezioni rimesse all’iniziativa di parte. In materia di opposizione a verbale di accertamento, la tardività della notifica della contestazione cui, a norma dell’art. 14 della l. n. 689/1981, consegue l’estinzione dell’obbligazione, deve essere configurata quale eccezione in senso stretto e, come tale, non rilevabile d’ufficio. A tal proposito, si ricorda a noi stessi come, pur vigendo nel nostro ordinamento la regola generale della rilevabilità di ufficio delle eccezioni - intese quali fatti autonomamente idonei a modificare, impedire e/o estinguere gli effetti del rapporto giuridico sotteso -, vi sono, tuttavia, le c.d. eccezioni in senso stretto, rilevabili solo su impulso di parte, cui viene attribuita la facoltà, mediante la proposizione dell’eccezione, di far venire meno un diritto della parte avversa.

Data: 5 Aprile 2022
L'OMESSA MENZIONE NELL'ATTO DI PRECETTO DELLA DICHIARAZIONE DI ESECUTORIETÀ DEL PROVVEDIMENTO MONITORIO, COSÌ COME DALL'APPOSIZIONE DELLA FORMULA ESECUTIVA, COMPORTANO LA NULLITÀ DEL PRECETTO STESSO

La questione da cui prende avvio il contenzioso - che ha condotto alla pronuncia della Suprema Corte oggetto di disamina - è l’opposizione agli atti esecutivi proposta a fronte della notifica di un atto di precetto succedaneo a decreto ingiuntivo. In particolare, l’opponente ha dedotto la violazione dell'art. 645 c.p.c., comma 2, richiedendo la censura del provvedimento del Giudice di prime cure che aveva dichiarato valido l'atto di precetto che non menzionava il provvedimento che aveva disposto l'esecutorietà del decreto stesso e che era sprovvisto di formula esecutiva. In primo grado il Tribunale, valutati gli atti, riteneva che il precetto opposto contenesse tutti gli elementi necessari per la sua validità e, pertanto, rigettava l’opposizione, di tal ché veniva proposto ricorso per Cassazione.

Data: 29 Marzo 2022
COSTITUISCE VIOLAZIONE DEL CONTRADDITTORIO IL MANCATO ASCOLTO DEL MINORE INFRA-DODICENNE IN RELAZIONE AL GENITORE COL QUALE PREFERISCE STARE

La pronuncia oggetto di disamina viene emessa in seguito al ricorso presentato innanzi alla Corte di legittimità dalla signora V.C., la quale sollevava ben quattro motivi di gravame avverso la sentenza resa dalla Corte d’Appello di Milano, che aveva confermato la sentenza resa dal Tribunale di Milano, la quale aveva affidato all’ex marito le di loro figlie, collocando le medesime presso l’abitazione dei nonni. Nella sintesi processuale riportata nell’impugnata sentenza, si legge come la donna, nelle more del giudizio di primo grado, si sarebbe allontanata con le figlie, trasferendosi con le stesse in Sierra Leone, senza la preventiva autorizzazione del padre, e non ottemperando ad ogni ordine dell’Autorità Giudiziaria di riportare le figlie in Italia.

Data: 22 Marzo 2022
L'AVVOCATO, IN SEDE PENALE, NON HA DIRITTO ALL'AUTODIFESA, NON ESSENDOVI UNA NORMA CHE LO LEGITTIMA E CHE DISPONE IN TAL SENSO

La vicenda vede soccombere in primo grado e in appello l’avvocato – protagonista della vicenda de qua – volto ad ottenere la dichiarazione del suo diritto di difendersi da solo nel processo penale a suo carico. All’esito del rigetto delle proprie domande da parte della Corte d’appello cagliaritana, l’imputato ha proposto ricorso in Cassazione sulla scorta di tre diversi motivi. Con il primo, sostanzialmente, il legale ha rappresentato come fossero stati disattesi i principi di autodifesa enunciati dalla CEDU. Per l’effetto, la S.C. ha constatato l’infondatezza di tale motivo, rimarcando l’assunto per il quale all'imputato,, che sia anche avvocato non è consentito difendersi da solo, esercitando in tal modo l'autodifesa, perché non c'è una norma di legge che lo preveda; né, tantomeno, la mancanza di una simile previsione contrasta con quanto previsto dall’art.6, par. 3, lett. c), della CEDU, atteso che il diritto di autodifesa dalla stessa previsto non è assoluto, potendo ogni Stato statuire in autonomia in tal senso. La seconda doglianza ha riguardato, invece, l'omessa pronuncia dei Giudici di primo e secondo grado circa la questione di costituzionalità delle disposizioni codicistiche che precludono all'imputato la difesa personale. All’uopo, gli Ermellini hanno sancito il principio per cui l'omesso esame di una questione di legittimità non possa costituire oggetto d'istanza autonoma in relazione alla quale, mancando l'esame della stessa, si possa lamentare un vizio di omessa pronuncia.

Data: 22 Marzo 2022
NON SUSSISTE IL DANNO DA LAVORO USURANTE SE IL LAVORO DOMENICALE È LEGITTIMATO, ATTESO CHE IL RISARCIMENTO SPETTA SOLO SE NON CI SONO RAGIONI CHE LEGITTIMANO IL DATORE DI LAVORO

La questione approdata al Palazzaccio prende spunto dalla controversia avviata da due lavoratori, appartenenti al Corpo di Polizia Municipale, che avevano fatto ricorso al Giudice eccependo il mancato godimento del riposo spettante dopo sei giorni di lavoro, all’uopo reclamando il conseguente risarcimento del danno per usura psicofisica. Sta di fatto che sia il Giudice di prime cure che la Corte di Appello di Napoli avevano respinto le doglianze dei due ricorrenti. Di tal che i due vigili ricorrevano in Cassazione lamentando, per un verso, la violazione del CCNL e dell'art. 2109 c.c., evidenziando come la Corte non avesse colto la ratio della domanda, ossia il risarcimento per l'usura lavorativa conseguente a sei giorni consecutivi di lavoro; per altro, sussumendo come il danno da stress dovesse ritenersi presunto in presenza del mancato godimento del riposo. La Corte di Legittimità ha rigettato il ricorso e ha ritenuto infondati i motivi anzidetti.

Data: 15 Marzo 2022
INDENNITÀ DI MOBILITÀ LUNGA - CONTRIBUZIONE FIGURATIVA - PRESCRIZIONE QUINQUENNALE

Con l’ordinanza n. 453/2022 la Corte si è pronunciata - ancora una volta - in materia di prescrizione, con riferimento alla contribuzione figurativa. Nel caso che ci occupa, l’INPS proponeva ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma che, confermando la pronuncia del Tribunale, aveva dichiarato non dovuti dalla parte appellata i contributi figurativi relativi al collocamento in mobilità lunga di alcuni lavoratori. Si ricorda a noi stessi come i contributi figurativi siano indennità che vengono accreditate senza onere a carico del lavoratore, riferite a periodi tassativamente indicati dalla legge, durante i quali, pur essendosi verificata una riduzione e/o interruzione dell’attività lavorativa (come nel caso di mobilità), la copertura contributiva continua comunque ad essere garantita. Ebbene, - uniformandosi all’orientamento ormai consolidato e non avendo il ricorrente addotto alcuna questione tale da indurre il Collegio a rivedere tale orientamento - la Corte conferma quanto sancito precedentemente dapprima con la pronuncia n. 28605/2018 e successivamente con la pronuncia n. 399/2020, ovvero che: “il credito vantato dall’INPS nei confronti del datore di lavoro, relativo al rimborso delle somme erogate al lavoratore a titolo d’indennità e di contribuzione figurativa, afferenti al regime della c.d. mobilità lunga, va ascritto all’ampia categoria dei contributi previdenziali, e soggiace quindi al temine di prescrizione quinquennale, previsto dall’art. 3, comma 9, lett. b), della l. n. 335 del 1995”.

Data: 8 Marzo 2022
CONTROVERSIE AVENTI AD OGGETTO LA CORRESPONSIONE DEI COMPENSI PROFESSIONALI DELL’AVVOCATO – ASSOGGETTAMENTO AL RITO EX ART. 14, D.LGS. N. 150/2011 ANCHE IN CASO DI CONTESTAZIONI SOLLEVATE DAL CLIENTE IN MERITO ALL’ESISTENZA DEL RAPPORTO E/O ALL’AN DEBEATUR

Nel caso che ci occupa, un avvocato, - a mezzo ricorso ex art. 702-bis c.p.c. -, richiedeva la corresponsione dei propri compensi professionali a seguito dell’attività prestata in giudizio in favore dell’ente comunale. Il Tribunale adito accoglieva la domanda e il Comune, parte soccombente, proponeva ricorso per cassazione sulle base di due motivi, cui l’avvocato resisteva con controricorso. Più dettagliatamente, l’ente ricorrente lamentava l’inapplicabilità al caso di specie della procedura prevista dall’art. 14, d.lgs. n. 150/2011, - avendo contestato la propria titolarità nel rapporto obbligatorio -, nonché la violazione della normativa in materia di interpretazione dei contratti. La Corte ha ritenuto entrambe le doglianze infondate. In maniera più esplicativa, la Corte precisa che le controversie ex art. 28 della legge n. 794/1942, vertenti sulla liquidazione degli onorari dell’avvocato, restano assoggettate al rito di cui all’art. 14 del d.lgs. n. 150/2011 anche qualora il cliente abbia sollevato semplici contestazioni sull’esistenza del rapporto e/o sull’an debeatur, senza ampliarne l’oggetto, come nella fattispecie in esame in cui la controparte si era limitata a negare la titolarità passiva del rapporto oggetto di causa.

Data: 1 Marzo 2022

Lun-Ven
9.30-18.30